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Il palazzo da rompere.

A leggere le notizie di oggi si rischia di ringiovanire.

Infatti, per chi è cresciuto ascoltando le favole di un grande come Gianni Rodari, la notizia della distruzione di un palazzo di proprietà pubblica a Torino, non può non far tornare alla mente la favola del palazzo da rompere. Però c'è una differenza fra i bambini della favola e i ragazzi della realtà: la voglia di apparire. Intendiamoci, tutti (compresi gli adulti) hanno il gusto innato per il vandalismo, vuoi gratuito, vuoi come valvola di sfogo, quindi in questo i giovanotti torinesi non dimostrano la benché minima capacità di inventiva ne un briciolo di originalità. Ma, mentre i protagonisti della favola di Rodari distruggono per il gusto di farlo, quelli di Torino distruggono per il gusto di riprenderlo, per la gioia di finire su youtube, per essere "famosi" (vedi anche questa notiziuola di solo due giorni prima).

Sembra sia diventato il gusto di esistere virtualmente in un video sul web, la gioia per una pur breve ed effimera fama (in-fama), la molla scatenante di chi si annoia per dare sfogo ai propri istinti, in genere ai peggiori.

E allora c'è da essere tristi. Non è che fare idiozie guidati da grandi ideali sia meglio o scusabile, ma la grande idiozia guidata dalla grande vanità ha un'aggravante in più: secondo me chi si da come modello da imitare quello della vita nello schermo (che sia un televisore o internet non cambia nulla), ha molte meno chance, poi, da vecchio, di pensarci su, rimuginarci sopra ben benino e, guardandosi allo specchio dirsi: quanto ero idiota! Mica per altro, è che pensare non è un atto meccanico, è qualcosa che si impara con il tempo ma, sopratutto, con grandi sforzi mentali, facoltà che certamente manca a chi si fa lobotomizzare.

Vabbé, dai, leggetevi 'sta favola e fatevi una vostra opinione, che è meglio!

 

Il palazzo da rompere

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto. Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a scuola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano  martelli a disposizione.

I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco. “Mettiamo una multa?” propose il sindaco. “Grazie tante” esclamarono i genitori, “e poi la paghiamo con i cocci”.

Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n’è uno ogni tre persone  e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta  esperienza. Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano fracassando tanta bella e buona roba a quel modo. Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatré.

“Con la metà di questa somma,” dimostrò il ragionier Gamberoni, “possiamo  costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più”. La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due  dieci. Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti.

Il giorno dell’inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e a un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.

Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l’ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva – mai non sia! – lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l’esercito di Attila e fracassavano a martellate  quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e  in mezza Svizzera.

Bambini alti come la coda di un gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli. Infanti dell’asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso. Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall’ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena.

Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.

Il ragionier Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.

Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano. Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali – magistrati, notai, consiglieri delegati – armarsi di  martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire. “Piuttosto che litigare con la moglie,” dicevano allegramente, “piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Mirina...” E giù martellate.

Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d’argento.

 

Da: Gianni Rodari, “Favole al telefono” in I Cinque Libri, Storie fantastiche, favole, filastrocche, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1993

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